Veronica di Gerusalemme

Da Berenìke a Veronica, origini del nome

Nei Vangeli sinottici, composti entro il I secolo, è presente il racconto di una donna anonima che viene miracolosamente guarita da un flusso di sangue toccando Gesù (Mt 9,20-22; Mc 5,25-34; Lc 8,43-48). A parte questo accenno, la donna – conosciuta tradizionalmente con il nome di emorroissa – non viene citata altrove nel Nuovo Testamento.
Nell’apocrifo Atti di Pilato, scritto originariamente in greco nel II secolo e pervenutoci in diverse redazioni, la stessa donna ricompare durante il processo di Gesù testimoniando inutilmente a suo favore.
Per la prima volta, al capitolo 7, è citato il nome greco antico Bερενίκη (Berenìke), Φερενικη (Pherenike) che è composto da φερω=portare e νικη=vittoria ovvero “portatrice di vittoria”, “colei che conduce alla vittoria”:

E una donna di nome Bernice gridò da lontano: «Io pativo flusso di sangue, ma toccai la fimbria del suo mantello e l’emorragia, che durava da dodici anni, cessò». I giudei fecero notare: «Abbiam per legge di non presentare donna come teste»
(da “Gli Apocrifi del Nuovo Testamento” ed. Marietti, 2003)

Passando da una lingua all’altra, il nome subisce questi cambiamenti:
• il nome greco antico Bερενίκη o Φερενικη diventa in latino Bernice o Beronice;
• il nome latino Bernice o Beronice diventa in lingua italiana Berenice.
• il nome Veronica probabilmente trae origine dalla assonanza tra il nome greco antico Berenìke e l’espressione ecclesiastica latina vera icon (vera immagine), riferita al velo sul quale è rimasto impresso il Volto di Gesù.
E sembra proprio che risalga a questa assonanza di nomi il legame tra l’emorroissa degli Atti di Pilato e la figura della pia donna che sulla via della croce asciugò il volto di Gesù con un velo sul quale rimase impressa la sua immagine.
Santa Veronica è stata rappresentata in tantissime opere scultoree e di pittura, che ne hanno tramandata l’immagine fino ai nostri giorni, inserendola anche nei personaggi della pia pratica della Via Crucis alla sesta stazione. Il lungo itinerario iconografico che la ritrae con il celebre Santo Sudario, prima ed unica immagine del Volto Santo, ebbe il suo culmine con la grande statua della Veronica, opera dello scultore Francesco Mocchi del secolo XVII, posta nella Basilica di S. Pietro in Vaticano.

La statua di santa Veronica di Francesco Mochi in San Pietro

A San Pietro in Vaticano, nei quattro piloni che sorreggono la cupola, ci sono altrettante nicchie che danno accesso a delle cappelle che furono progettate per custodire le reliquie più importanti della basilica, se escludiamo i resti dell’apostolo San Pietro che sono nella Necropoli Vaticana in corrispondenza con l’altare maggiore della basilica.
Ognuna di queste nicchie è occupata da un’enorme statua di più di tre metri, oltre al piedistallo, che ci indica qual era la reliquia custodita nella rispettiva cappella.
Le statue, commissionate da Urbano VIII (1623-1644) rappresentano: la Veronica, Sant’Elena, San Longino e Sant’Andrea. Tutte furono create grazie ad un’idea di Bernini ma l’artista ne realizzò solo una.
Il primo pilastro a sinistra guardando l’altare maggiore è dedicato alla Veronica, conosciuta perché asciugò con il suo velo il volto insanguinato di Gesù sulla Via del Calvario. La reliquia del velo con impressa l’immagine di Gesù è custodita nella cappella sul cui ingresso è posizionata la statua di Francesco Mochi (1580-1654).
L’iscrizione sopra la nicchia recita: “Salvatoris Imaginem Veronicae Sudario exceptam, ut loci maiestas decenter custodiret, Vrbanus VIII. Pont. Max. marmoreum Signum, et Altare addidit, conditorum extruxit et ornavit”. La statua ci presenta non una Veronica ‘statica’, come quella che siamo abituati a vedere nella maggioranza dell’iconografia, ma un personaggio con un estremo dinamismo, ‘troppo’, dicevano le critiche dei tempi. E’ da risaltare l’estrema sottigliezza delle vesti e del velo. Anche se fu abbastanza ben accolta dalla curia romana e da altri settori intellettuali dell’Urbe, la Veronica non ricevette l’approvazione di Bernini.
Anche se inizialmente ogni cappella custodiva una reliquia, attualmente le reliquie sono raggruppate nella cappella della Veronica.

Lo studio della composizione dell’icona

L’immagine di santa Veronica si ispira direttamente alla statua di Francesco Mocchi posta nella Basilica di San Pietro in Vaticano. La postura è caratterizzata da un movimento dinamico che mettere intenzionalmente in primo piano il velo con il Volto di Cristo.

Qui sono riprodotte la foto della statua di Mocchi, una stampa che ne riproduce il disegno e la foto della statua di un angelo con il velo della Veronica posizionato sul Ponte degli Angeli a Roma (scultura di Cosimo Fancelli).
Dallo studio della postura di queste opere si è ricavato il disegno della prima bozza dell’icona.

 

 

Lettura dell’icona

La lettura simbolica dell’icona si articola nella spiegazione degli elementi, dei colori, della postura e della numerologia che compongono l’immagine.

I colori (pigmenti naturali miscelati con tempera all’uovo) vengono usati secondo il loro valore trascendente, cioè secondo la loro capacità di esprimere l’essenza divina. Ogni colore ha un simbolismo legato alla rappresentazione dell’umanità e della divinità, delle tenebre e della luce.

Il velo con l’immagine del Volto Santo è bianco. Il colore bianco significa purezza ed è ricordo del colore del Paradiso.
Il velo mostra due decorazioni in forma di fascia colorata che ricordano l’aspetto del talled, lo scialle di preghiera ebraico. La fascia rossa significa vita corporale, vita eterna: il rosso è il colore di Eva, colei dà la vita; nel velo è segno della incarnazione di Cristo. La fascia nera indica la morte. Nell’icona, il rosso ed il nero sono seguiti dal bianco – il colore del Paradiso – e svelano il significato teologico completo del velo: Cristo si è incarnato ed è morto per la nostra salvezza ed aprirci così la porta del Paradiso.
Il velo di forma rettangolare richiama il numero 4 che significa totalità, pienezza, stabilità, completezza ovvero la pienezza dei tempi con la venuta di Cristo.

La santa ha il capo coperto dal tichel, un abbigliamento della tradizione ebraica indossato sia come moda che come espressione di modestia. Nell’icona, l’umiltà della santa è inoltre messa in evidenza dalla foggia della veste, priva di maniche, e dai calzari, due semplici sandali.

Nel linguaggio dell’iconografia, lo strato di oro applicato sulla tavola non si chiama fondo oro ma luce. L’oro è luce perché è una materia che non cambia, incorruttibile, che da se stesso rappresenta l’infinito, l’eterno, qualcosa che rimane. L’oro acquista il significato di luce divina.
Per l’uomo tutto cambia, quello che possediamo lo abbiamo in prestito, siamo ostaggi del tempo. Ma la fede nel Figlio di Maria vince il tempo perché anche il Signore si è assoggettato al tempo per introdurci nell’eternità, per vivere per sempre.

Dal velo del Santo Volto si irradiano otto raggi, messi in evidenza da una lucentezza dell’oro differenziata.

Il numero 8 nella simbologia cristiana rappresenta il mondo definitivo, al di là della prima creazione (il sette). Dopo i sei giorni della creazione e dopo il settimo, il sabato, l’ottavo – il giorno futuro – annuncia l’eternità, la resurrezione di Cristo e quella dell’uomo.

Il blu è il colore più spirituale. Produce un’impressione di profondità e calma. Nell’arte sacra occidentale è, spesso, il colore dell’allegoria della Fede, la prima virtù teologale. La santa è vestita di blu. La sua fede è certificata dalle parole di Gesù nei Vangeli: «Figlia, la tua fede ti ha salvata.»

Il rosso manifesta l’irruzione di una vita esuberante e il fuoco dell’amore spiritualizzato o Spirito Santo. Raffigura la Carità, la terza virtù teologale. Il manto della santa è rosso con un doppio significato: la vita ricevuta con la guarigione operata da Gesù ed il gesto sulla via del Calvario.

Rosso è anche il filo di colore attorno al bordo dell’icona. Indica il confine che delimita al suo interno lo spazio sacro, ma che allo stesso tempo suggerisce la virtù che permette di entrarvi: la Carità.